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27 febbraio 2008

[BABILONIA LA GRANDE] SU QUESTA ROCCIA ... LA MENZOGNA N.° 1




PREMESSA

Questa nuova serie intitolata "Babilonia la Grande" è redatta allo scopo di far USCIRE da Babilonia la Grande - la Madre delle Meretrici - TUTTE le persone di buona volontà che hanno a cuore la Pura Verità, affinchè non ricevano le stesse punizoni che la Grande Meretrice riceverà tra breve in Giudizio.
E' scritto: "Uscite da essa popolo mio, affinchè non riceviate anche voi il suo castigo..".(Ap. 18:4).


Il versetto biblico di Matteo 16:18, nella versione cattolica Edizioni Paoline 1995 e nella Nuova Riveduta 1994, è tradotto rispettivamente come segue:
Io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Edizioni Paoline 1995)
E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del oggiorno dei morti non la potranno vincere” (Nuova Riveduta 1994).
Questo stesso versetto viene tradotto più "correttamente" da numerose altre versioni, fra le quali quelle che seguono:
“Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa roccia io edificherò la mia chiesa e le porte dell’inferno non la potranno vincere” (La Nuova Diodati 1991)
Y yo también te digo que tú eres Pedro, y sobre esta roca edificaré mi iglesia, y las puertas del Hades no la dominarán” (Spanish Reina-Valera 1995)
Et moi, je te dis que tu es Pierre, et que sur ce roc je bâtirai mon Église, et que les portes du éjour des morts ne prévaudront point contre elle” (Nouvelle Edition Geneve 1979)
And I tell you, you are Peter, and on this rock I will build my church, and the gates of Hades will not prevail against it” (New Revised Standard Version 1989)
And I also say to you that you are Peter, and on this rock I will build My church, and the gates f Hades shall not prevail against it” (New King James Version 1982).
La traduzione letterale del testo greco originale di Matteo 16:18 recita come segue:
E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso (greco: pétros), e sopra questa roccia (greco: pétra) io edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la vinceranno”.

A Simone figlio di Giovanni (l’apostolo chiamato impropriamente “Pietro”), Gesù aveva detto: Tu sei Simone, figlio di Giona; tu sarai chiamato Cefa che vuol dire: "sasso” (Giovanni 1:42) (Versione La Nuova Diodati 1991). 

Altri traducono questo stesso versetto in modo improprio: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; e tu sarai chiamato Cefa (che si traduce «Pietro»)” (Giovanni 1:42) (Versione La Nuova Riveduta 1994; ma vedasi anche la Versione cattolica Edizioni Paoline 1995).

L’inesattezza di quest’ultima traduzione sta nel fatto che, in greco (lingua originale della Settanta Greca del Vangelo), il nuovo nome dato da Gesù all’apostolo Simone, cioè "pétros", ha il significato di “sasso, ciottolo, pezzo di roccia, pietra”: è cioè il nome di una cosa e non un nome di persona, e rappresenta la traduzione in greco della parola [aramaica] "Cefa" usata da Gesù per designare Simone. Il nome taliano “Pietro”, l’inglese “Peter”, lo spagnolo “Pedro”, e altre traduzioni similari del termine greco "pétros".. non hanno alcun significato e sono totalmente inventati.

Simone è pétros [cioè un sasso]; Cristo Gesù è invece la pétra [cioè la roccia] su cui è edificata la Sua "chiesa" (comunità di persone, congregazione di persone, e NON UN EDIFICIO - ndr): “E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso [greco: pétros], e sopra questa roccia greco: [pétra] io edificherò la Mia chiesa” (Matteo 16:18).
Ecco esemplificata figurativamente l’enorme differenza che intercorre fra i due vocaboli greci "pétros" (riferito a Simone) e "pétra" (riferito a Cristo):



Che Yahushua il Messyah sia la pétra (cioè la roccia) è attestato anche dall’apostolo Paolo, allorché afferma: “e tutti bevvero la medesima bevanda spirituale, perché bevevano dalla roccia [greco: pétra] spirituale che li seguiva; e quella roccia [greco: pétra] è il Kristos”. (1 Corinti 10:4).

In questo versetto (1 Corinti 10:4), il vocabolo greco "pétra" che vi compare per ben due volte è tradotto univocamente ed esattamente da tutte le versioni della Bibbia (compresa quella cattolica - ndr) con il termine corrispondente roccia.

Allora, ci si domanda: per quale ragione in Matteo 16:18 il vocabolo greco "pétra" non è stato reso dai Traduttori della Nuova Riveduta con il termine corrispondente "roccia", come è stato fatto invece nel caso di 1 Corinti 10:4, Matteo 7:24-25, Matteo 27:60, Marco 15:46, Luca 6:48, Luca 8:6, Luca 8:13, dove compare sempre il medesimo vocabolo greco "pétra" tradotto immancabilmente e correttamente con il termine "ROCCIA"..??

Ecco, dunque, la traduzione corretta di Matteo 16:18:

E io, dunque, ti dico che tu sei un sasso (pétros), e sopra questa roccia (pétra) io edificherò la mia chiesa”.

Una traduzione impropria come la seguente: “tu sei Pietro e su questa pietra”, giova sicuramente al cattolicesimo romano che, infatti, si guarda e si guarderà sempre bene dall’emendarla. 

Di sicuro non giova alla Verità del Vero messaggio del figlio dell'uomo.. Yahushua il Messyah del Vero Dio.





B O J S

9 febbraio 2008

CHI ERANO I PRIMI VERI DISCEPOLI?



I PRIMI VERI DISCEPOLI
CHI ERANO, COME VIVEVANO, COME ERANO ORGANIZZATI,
COSA PROPONEVANO AGLI ALTRI




PREMESSA




Quando pensiamo ai "primi veri discepoli" siamo intuitivamente portati a sublimare il concetto di questo originario nucleo di credenti per semplice associazione alla mitica epoca in cui si formarono e vissero. E' fuor di dubbio che l'epoca a cui ci riferiamo è unica ed irripetibile per i fatti portentosi che vi si verificarono a partire dall'evento straordinario della nascita di quel “corpo” unitario nel giorno della Pentecoste, ma anche per la presenza dei dodici apostoli, per l'eccellenza del loro ruolo ("...mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria e fino alle estremità della terra.." Atti 1:8), per l'importanza della loro missione ("Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandate" - Matteo 28:19-20), per la suprema autorità conferita ("Chi ascolta voi ascolta me" - Luca 10:66), per la diretta e irripetibile assistenza loro accordata ("guidandoli in tutta la verità, insegnando loro ogni cosa, rammentando tutto ciò che Yahushua aveva loro detto e annunziando loro le cose a venire" - Giovanni 14:26; 16:13). Ma se l'origine, il consolidamento e la diffusione dei Veri discepoli nel suo primo evolversi, passa attraverso gloriosi eventi, eroici compiti, sublimi influenze, non dobbiamo dimenticare che alla base di tutto ciò, anche in quella lontana, mitica epoca, c'è comunque l'uomo con tutti i suoi carnali limiti e con i suoi nobilissimi slanci.

Chi furono dunque i primi veri discepoli?




PRONTI E DETERMINATI NEL RISPONDERE 

Un aspetto veramente caratterizzante di coloro che formarono la prima congregazione è l'immediatezza e la prontezza dello slancio con cui la stragrande maggioranza di loro aderisce al richiamo. I primi quattro chiamati erano semplici pescatori intenti al loro umile lavoro e quindi ignari degli eventi che incombevano. Ma la fulmineità dell'invito non è inferiore alla prontezza dell'adesione, tanto da farci riflettere amaramente sulla riluttanza, il sospetto se non addirittura la contrarietà che si riscontra ai nostri giorni:
"Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini, ed essi [Simone ed Andrea], lasciate prontamente le reti lo seguirono. E passato più oltre vide due altri fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, i quali, nella barca, con Zebedeo loro padre, riassettavano le reti, e li chiamò. Ed essi, lasciata subito la barca e il loro padre, lo seguirono" - (Matteo 4:19-22).


Possiamo immaginare che il messaggio doveva essere di un fascino travolgente, soprattutto per la RIVOLUZIONE dei suoi contenuti, ma non possiamo fare a meno di apprezzare la prontezza e l'incondizionato amore che caratterizza molti dei primi seguaci, DI TUTTE LE ESTRAZIONI SOCIALI, il quale sembra, ai nostri giorni, essere scomparso dalla faccia della terra. Un centurione di Capernaum riuscì persino a meravigliare Gesù con la sua accorata richiesta: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servitore sarà guarito" (Matteo 8:8). "Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato tanta fede". Uno scriba, di cultura certamente superiore, ci impressiona per la sua illimitata dedizione: "Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai" - (Matteo 8:19).
Un esattore di tasse (Matteo) sedeva al banco della gabella "e Yahushua gli disse: seguimi! Ed egli levatosi lo seguì" (Matteo 9:9). Una donna affetta da un'emorragia continua che nessuno aveva potuto guarire così si rivolge al Messyah: "se solo riuscirò a toccare la tua veste sarò guarita" - (Matteo 9:21).


Si tratta quindi di una predisposizione sincera e diffusa che certamente gioca un ruolo determinante nel formarsi e nel moltiplicarsi dei primi veri discepoli.



CHI ERANO E QUANTI ERANO




Il primo nucleo si "materializza" a Gerusalemme. Alla strepitosa predicazione di apertura di Pietro rispondono, con slancio, circa tremila persone (Atti 2:41), ma in pochi giorni, per la travolgente attività degli apostoli accompagnata da opere potenti e da prodigi, coloro che sceglieranno Cristo diventano circa cinquemila (Atti 4:4). E' ragionevole pensare che un numero così ragguardevole di individui comprendesse uomini di ogni cultura, di ogni ceto sociale, di diverse origini etniche. Non ci è dato di sapere quale fu, successivamente, il grado di perseveranza di tutti questi battezzati: presumibilmente alcuni ritornarono rapidamente nel mondo riassorbiti dalla difficoltà del primo impatto o dalla paura per i gravi atti persecutori che si andavano perpetrando ad opera del potere politico e religioso giuridico (per ben due volte Pietro e Giovanni erano stati arrestati, diffidati e minacciati e, la seconda volta, perfino bastonati).

Diversi altri, essendo stranieri, ritornarono ai luoghi d'origine, contribuendo alla diffusione del Messaggio di Yahushua. Certo è che l'assemblea della comunità di Gerusalemme, come ci viene presentata in Atti 4:31, sembra essere molto meno numerosa di cinquemila persone. Ed è proprio grazie a questo drastico ridimensionamento che ci è possibile delineare, sia pur sommariamente i tratti salienti della prima vera comunità cristiana, secondo gli elementi desumibili dai Fatti degli Apostoli. Quanto a composizione appare evidente che si trattasse di ebrei nati in Palestina a cui si aggiungeva una minoranza di ebrei originari di altri paesi (ellenisti). Sta di fatto che questa prima comunità fu fortemente incline alla continuazione di pratiche giudaiche (frequentazione del tempio, rispetto di feste, digiuni, osservanza di prescrizioni religiose ed igieniche, ecc.) coesistenti ad assidue adunanze cristiane, addirittura quotidiane, in case private, ove si ascoltavano gli insegnamenti apostolici:
"Essi ascoltavano con assiduità l'insegnamento degli Apostoli, vivevano insieme fraternamente, commemoravano la cena del Signore e pregavano insieme". - (Atti 2:42)



COESIONE ED UNITÀ NELLO SPIRITO E NELLA PREGHIERA



E' comprensibile dunque come l'effetto principale di questa assiduità e fedeltà al "modus vivendi" cristiano e garantita dalla presenza degli apostoli fosse un evidente senso di coesione e di unità. Di questa congregazione ci viene riferito sinteticamente (Atti 4:32) che "era un solo cuore e una sola anima" per significare che ad una grande e cosmopolita fratellanza fece riscontro uno spirito di fraternità e di unità mai più eguagliata nella storia del Cristianesimo. Per tale motivo, e soprattutto a causa della evidente inconsistenza dei legami spirituali ed affettivi che contraddistingue le moderne chiese della cristianità, la prima comunità di Gerusalemme ci appare meritevole di devota osservazione e di attenta emulazione. I primi discepoli si dedicarono molto alla preghiera, poichè ne comprendevano il VERO POTERE. In occasione della carcerazione di Pietro i cristiani si riunirono in casa di Maria, madre di Giovanni Marco e pregarono con grande intensità e fervore per la sua liberazione che avvenne quella stessa notte (Atti 12:1-12). La preghiera nella comunità è fondamentale per il suo sviluppo spirituale e per imprimere efficacia all'accoglimento delle richieste. Quale meravigliosa potenza risiede nella pratica della preghiera! Eppure quanto poco e con quanta superficialità si prega oggi!



LA COMUNIONE DEI BENI

Si tratta dunque di un'epoca di intenso fervore spirituale, ove, in assenza di regole pratiche consolidate e di una salda organizzazione comunitaria, si verificano anche iniziative, quale la comunione dei beni, le cui motivazioni, al di là dell'amore e della spontaneità che distintamente affiorano, sono ancora oggetto di dibattito, ma i cui effetti non furono privi di conseguenze anche negative. E' ragionevole supporre che la comunità di Gerusalemme, essendosi formata per prima e comprendendo una numerosa componente di membri originari di altri paesi, costituisse inizialmente un punto di riferimento e fosse oggetto di molte visite da parte di forestieri. L'esercizio dell'amore e dell'ospitalità verso stranieri residenti a Gerusalemme, privi di risorse per la lontananza dal loro paese di origine, e verso visitatori esterni sicuramente bisognosi di ogni cosa, dovette mettere a dura prova le risorse dei fratelli locali tanto da indurli a praticare una sorta di comunione dei beni a cui indubbiamente ciascuno contribuì spontaneamente secondo le proprie disponibilità e spesso spogliandosi di ogni cosa. Tale esperienza, mai ripetuta altrove, fu caratterizzata da grande generosità e soprattutto da totale assenza di imposizione da parte degli apostoli. Ma a dimostrazione dell'eterogeneità di convinzione interiore e di maturità spirituale, non mancarono episodi scarsamente edificanti come quello famoso di Anania e Saffira (Atti 5:1-10).



IL DISSENSO DEGLI ELLENISTI


D'altro canto, tale forma di cassa comune, da cui tutti dovevano trarre il necessario sostentamento quotidiano, impose una forma organizzativa che non mancò di provocare malcontenti e lamentele. In Atti 6:1 ci si narra: "Ora in quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio tra gli Ellenisti contro gli Ebrei perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana".
L'atteggiamento di riguardo verso una o più persone piuttosto che verso altre è una propensione da cui non furono esenti nemmeno i primi discepoli di Gerusalemme. Anche nella prima comunità che godeva della preziosissima presenza degli Apostoli si venne a manifestare la prima contrapposizione di gruppi tra ebrei palestinesi ed ebrei ellenisti. Indubbiamente tra i due gruppi sussistevano notevoli differenziazioni nella lingua (i primi parlavano aramaico i secondi preferibilmente greco), nella pratica religiosa (i primi più inclini a perpetrare il rispetto della Legge i secondi meno rigidi e più tolleranti), nelle consuetudini. Tali aspetti avranno certamente costituito motivo di discussione e di tensione tanto che il diverso trattamento delle vedove elleniste nella distribuzione dei pasti dovette essere un episodio sicuramente marginale.


Come è noto il problema fu superato costituendo sette uomini addetti all'amministrazione delle risorse, sette uomini "di buona testimonianza, pieni di spirito e di sapienza", quasi sicuramente tutti di estrazione ellenista come dimostrano i loro nomi greci (Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmene e Nicola di Antiochia). L'evento ci appare interessante in quanto è questa l'origine dell'organizzazione e della distribuzione di incarichi, ma ancora più interessante appare il fatto che la totalità della comunità cristiana non ebbe difficoltà ad affidare l'incarico di amministrare le risorse quotidianamente disponibili, proprio a uomini provenienti dalla parte che si considerava danneggiata: "e questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine" Atti 6:5. Questo ci fa comprendere che tra i primi veri discepoli non si radicarono atteggiamenti di divisione anche in quelle circostanze in cui, apparentemente, affioravano sospetti di indebito riguardo o ingiustificate preferenze, ma al contrario le difficoltà venivano superate proprio manifestando la più ampia disponibilità e buona fede. Quanto ha da imparare la cristianità moderna, ove spesso l'ombra di un sospetto o l'insorgere di qualche banale divergenza covano a lungo negli anni, si consolidano e amplificano la loro azione proprio come un lievito maligno che è in grado di far fermentare tutta la massa provocando insondabili lacerazioni.



CORAGGIO E FEDELTÀ


Tra i sette prescelti eccellevano i nomi di Filippo e Stefano, le cui gesta sono note a tutti e, specialmente per quanto concerne quest'ultimo "pieno di grazia e di potenza", si può ritenere che egli rappresenti la sublimazione del coraggio e della fedeltà, spinta fino alle estreme conseguenze, che contraddistinse i primi veri discepoli di Gerusalemme, i quali, a partire dal martirio di Stefano, furono chiamati ad una prova di sofferenza e di dolore a cui non si sottrassero e che consentì alla comunità di espandersi in tutto il mondo allora conosciuto. Già Pietro aveva dato ampia dimostrazione di coraggio rintuzzando memorabilmente le intimidazioni e le minacce: "..bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini.." (Atti 5:29). Ma il merito di Stefano, al di là della sua ineguagliabile forza d'animo, sta nell'aver intuito l'universalità del messaggio di Yahushua il quale non costituiva una banale ramificazione del Giudaismo ma si staccava nettamente dal Tempio per irradiare in tutto il mondo quel culto "in spirito e verità" prefigurato dal Messyah stesso (Giovanni 4:21-24). Stefano infatti si impose tragicamente all'attenzione dei suoi mortali nemici disputando coraggiosamente con i membri della "sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei e degli Alessandrini e di quelli della Cilicia e dell'Asia" (Atti 6:9) ed il suo messaggio preannunciava la fine del Giudaismo e il sopravvento del Messyah (Atti 6:14).


E' intuibile come la proclamazione di idee così innovative gli procurò l'odio di nemici mortali. Arrestato e costretto a difendersi davanti al Sinedrio, ci ha tramandato quella sua memorabile requisitoria in cui ripercorse come in un indimenticabile testamento i capisaldi della sua predicazione, mise sotto accusa i suoi stessi accusatori imputando loro il tradimento e l'uccisione del Messyah, l'ignoranza e l'inosservanza della Legge. Il suo discorso è rimasto incompiuto ma il suo messaggio si è rivelato esplosivo per effetto della persecuzione diretta specialmente verso gli Ellenisti e della loro successiva diaspora.


LA QUESTIONE DELLA CIRCONCISIONE


Se i primi discepoli di Gerusalemme ci hanno offerto un grandissimo esempio di coerenza e di forza d'animo anche nelle più terribili sofferenze, la loro più luminosa dimostrazione di fedeltà all'insegnamento degli apostoli ci proviene dal modo con cui affrontarono la questione della circoncisione, di per se stessa delicatissima in quanto si trattava di una questione dottrinale. L'episodio ci è noto in quanto ci viene narrato in tutta la sua drammaticità in Atti 15:1-29. La verità venne presentata dagli anziani e dagli Apostoli a tutta la comunità senza reticenze anche se fu oggetto di una "gran disputa" ed a conclusione di appassionati interventi si giunse ad una soluzione unanime ed univoca. La comunità unita provvide a redigere una dichiarazione scritta da divulgare sull'argomento. Così la controversia si concluse con il sopravvento dell'insegnamento apostolico sui pregiudizi, le tradizioni e le eredità affettive sanzionata dalle Scritture in Atti 6:7: "E la Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; ed anche una gran quantità di sacerdoti [del Tempio] prestavano ascolto alla predicazione degli Apostoli e credevano".



CONCLUSIONE

I primi discepoli dunque ci hanno proposto un incrollabile spirito di unità e fratellanza tanto più apprezzabile in quanto instauratosi in una comunità di composizione variegata ed eterogenea. La congregazione di Gerusalemme in particolare, guidata dagli Apostoli, si contraddistingue per l'oculata selezione dei suoi ministri e per l'ordine e l'amore con cui seppe affrontare ogni suo problema di carattere organizzativo o dottrinale. Il risultato più eclatante è la conversione di migliaia di persone nel breve periodo di tre anni. Una congregazione di fedeli assidua nel radunarsi e pronta ad esprimere una liberalità rimasta ineguagliata nella storia dei discepoli di Yahushua. Una comunità la cui dolorosa diaspora ha prodotto all'esterno l'inarrestabile diffusione dell'Evangelo e all'interno una clamorosa vittoria sull'illegale opposizione degli atei sadducei, degli arroganti farisei e di uno Stato persecutore e crudele.


Il loro insegnamento e il loro esempio rimane per noi ineguagliabile. Sia che crediamo o meno, l'unità e l'amore che hanno avuto questi uomini anche in momenti di grande tensione nei rapporti dovrebbe insegnarci che TUTTO si può affrontare e risolvere se si è UNITI nella speranza sorretta da un FORTE e altruistico amore per la Verità.









B O J S

6 febbraio 2008

LA PSICANALISI: UNA FORMA DI MAGIA NERA (Art. di F. Lamendola)



Premessa


Riporto in una notte stellata, irrorata dalle "SCILLE", i pensieri di un uomo simile a me che già scrisse quello che dovevo e volevo dire all'umanità. In onore della sua intelligenza e sapienza vi prego di leggere attentamente quanto segue.


Non diciamo nulla di particolarmente originale quando affermiamo che la psicanalisi è una forma di magia nera. Lo avevano già osservato studiosi del calibro di René Guénon e, più recentemente, di Ivan Illich e Jean Osipovici. Quel che merita di essere sottolineato è la conseguenza implicita in una tale affermazione: lo psicanalista evoca delle forze oscure di cui non sa assolutamente nulla; peggio, che crede di conoscere ma sono tutt'altro da quanto egli crede. Le conseguenze sono terribili, per il paziente e anche per l'analista; anzi, per l'analista forse ancor più che per il paziente. In effetti, si tratta di una forma di possessione da parte delle forze infere; e, se si pensa che, oggi, milioni e milioni di persone si sottopongono alla psicanalisi credendo di trovare un sollievo ai loro tormenti, mentre invece si consegnano a un male irrimediabile, si può facilmente comprendere quale immensa minaccia questa pseudo-scienza rappresenti per la salute spirituale della società contemporanea.

Ci sia consentito citare per esteso una pagina de La scienza oscurantista di Jean Osipovici (Milano, Rusconi, 1968, pp. 134-140), singolare figura di filosofo e psichiatra francese la cui vita è stata tutta una battaglia per affermare la visione di una scienza non materialista, aperta alla trascendenza e alla complessità spirituale del soggetto umano.

(…) la limitazione che fissa il rapporto terapeuta-malato su un piano non spirituale lo trasforma in rapporto paziente-carceriere. La conclusione è evidente: non possono sussistere in questa relazione interpersonale che zone oscure, campi propizi a conflitti interminabili, estenuanti e senza via d'uscita. Ciò spiega l'effetto antiterapeutico, quasi inevitabile per il suo stesso meccanismo, della cura psicanalitica. La quale insidiosamente conduce nel corso dei mesi e degli anni a stringere, tra paziente e carceriere, uno strano rapporto sado-masochista. Il rito stesso del trattamento suscita reminiscenze di bassa cerimonia religiosa. L'officiante, suo malgrado talvolta, si fregia degli attributi d'una funzione quasi magica.

Nell'ascesi spirituale compare il concetto di scala. Il momento in cui un uomo che cerca la via incontra un uomo che la conosce, è chiamato la prima soglia o il primo gradino. A partire da questo incomincia la scala. Tra la 'vita' e la 'via', c'è la 'scala'. Soltanto attraverso la 'scala' l'individuo può incamminarsi sulla 'via': Egli sale la scala con l'aiuto della sua guida; non può salirla da solo. La via incomincia in cima alla scala; ossia dopo l'ultimo gradino o l'ultima soglia, a un livello ben più alto della vita ordinaria (Ouspensky). Come in tutto ciò che si muove, accade inevitabilmente che l'aspirante dubiti delle proprie forze, della giustezza della sua scelta, anche dei poteri del maestro. Ma a differenza della terapia analitica, è teso nello sforzo l'elevazione che la scala gli impone e non si ritrova prigioniero delle buie e angosciose giravolte del labirinto psicanalitico.

Ci si può anche domandare se il trattamento non consista in una interminabile operazione di magia nera. Per chi conosce bene l'argomento, la magia nera poggia su due fattori principali:

a) la possibilità illimitata di agire sulle debolezze umane;

b) l'utilizzazione di persone - qualunque sia lo scopo proposto: egoistico o altruistico - senza che i soggetti in questione ne siano a conoscenza, e senza che possano neppure intravedere dove questa presa di possesso può portarli.

La guarigione ricercata attraverso la manipolazione dell'ambiente e dello scenario è uno degli atti tradizionali della medicina, tristemente trasfiguratosi in questo secolo XX. Lo psicanalista obbedisce - lo voglia o no - al mimetismo d'un ruolo simbolico che il metodo analitico imprime alle relazioni interpersonali, con conseguenze di totale dipendenza da parte del paziente, quotidianamente osservabili.

Abbiamo incontrato, durante le nostre ricerche psico-fisiologiche, centinaia di psicanalizzati, la cui cura era per alcuni durata quattro anni, con rovina del patrimonio familiare. Nessuno si è dichiarato guarito. La magia bianca della medicina tradizionale, che sosteneva gli sforzi del paziente per guarire, è divenuta magia nera, constata coraggiosamente Illich in Nemesi medica; e più avanti aggiunge: Le pratiche mediche diventano magia nera quando, invece di mettere in moto i poteri di autoguarigione del malato, lo trasformano in spettatore inerte e mistificato della propria cura. Le pratiche mediche diventano un culto morboso quando s'identificano con riti che concentrano in sé tutto ciò che il malato attende dalla scienza e ai suoi funzionari, invece d'incoraggiarlo a cercare un'interpretazione creativa del proprio stato o a trovare un esempio degno d'ammirazione in certi esseri - morti a tempo o a lui vicini - che hanno imparato a soffrire. Le pratiche mediche aggravano la malattia con una degradazione morale quando esse isolano il malato…

L'assurdità della pseudo-scienza moderna si rivela nel fatto di non capire esattamente a che cosa si applica; mentre il suo modo di operare, senza la minima base culturale qualificata da un'antica tradizione, mette continuamente in moto elementi il cui carattere sottile le sfugge. Lo psicanalista - apprendista stregone del secolo XX - maneggia così in modo irresponsabile forze di cui ignora la precisa natura.

È sintomatico constatare che Freud studia il Super-io, ma il Supercosciente al contrario, dedica le sue cure più attente a ciò che stagna nei bassifondi dell'uomo, il Subconscio serbatoio d'entità nocive. Ora il sondaggio retrogrado dei ricordi è un genere d'intervento particolarmente pericoloso, visto che porta a perforare una zona d'oblio mediante la punta affilata della rievocazione. La propulsione verso il basso, che distrugge l'inerzia protettrice che copre il subconscio, provoca un fenomeno di contro-illuminazione.

Il paziente, a causa di quest'apertura insidiosamente socchiusa e da quel momento mai richiusa, si trova alla mercé degli influssi malefici che l'invadono. La maggior parte dei casi di possessione provengono dalla lenta ascesa di quest'acqua putrida, fatta di rifiuti che il filtro della coscienza aveva respinto per timore di contaminazione. La maggior parte dei malati affetti da psicosi sono in realtà degli aspiranti alla possessione, che la psicanalisi finisce di trasformare in posseduti veri e propri. In termini esoterici, voler far passare nella coscienza ciò che deve restare nel subconscio in virtù d'una difesa naturale dell'organismo, è non solo gettare 'acqua sul fuoco', ma rischiare di paralizzare il superiore riportando l'inferiore al suo livello; ossia 'spegnere per sempre il fuoco'. Ma la pseudo-scienza che preferisce l'oscurità dogmatica al riconoscimento dell'occulto, rifiuta d'abbandonare la sua dimensione rassicurante, artificialmente razionale, tradendo così il fine stesso della scienza autentica, per la quale nessun campo è proibito. Colui che decide di progredire sulla strada giusta deve adoperarsi coraggiosamente per sostituire alla ragione chiusa, quantitativa, una ragione aperta, qualitativa.

In merito alle falsificazioni che la terapia freudiana trae con sé.. tre ultime osservazioni s'impongono:

1. Lo psicanalista, per definizione, rivolge le sue cure a un essere umano in stato di turbamento e di debolezza, preda tanto più facile di ogni sovversione dello psichismo inferiore. A questo proposito, segnaliamo la funesta attività di quelle scuole di Yoga che fioriscono un po' dovunque in Occidente per motivi di lucro, e che servono da rifugio soprattutto a esseri angosciati incapaci di adattamento, tormentati da nevrosi diverse.

2. Esaminare i sogni ordinari attraverso una vasta gamma d'interpretazioni non può portare che a un falso simbolismo privo di quei contenuti superumani che, soli, rendono autentici i simboli. In realtà, per ignoranza o per incapacità di risalire alle fonti, le considerazioni psicanalitiche dei sogni portano alla ribalta solo l'infraumano nei suoi aspetti più degradanti.

3. Sottolineiamo infine un'esigenza significativa dell'incongruità antinomica del trattamento: l'obbligo per chi voglia diventare psicanalista d'essere egli stesso prima psicanalizzato. È riconoscere al candidato, per praticare, la necessità di una trasformazione contro natura. L'operazione che, come s'è visto, ha per risultato di scacciare lo spirituale a vantaggio dello psichismo inferiore, è un atto di magia nera - parodia della scienza vera -, realizzandosi la trasmissione iniziatica in maniera subalterna, senza il sostegno di alcuna conoscenza del divino. E l'aspirante analista, per avere ciecamente seguito questa 'via a ritroso', si ritrova dall'altro lato della vita, quello sbagliato.

Aggiungiamo che lo psicanalizzato - medico o paziente che sia - se riesce a sottrarsi a un certo punto della cura alle forze nefaste a cui è stato irresponsabilmente consegnato, ne porterà quanto meno, per il resto dei suoi giorni, il segno indelebile. E questo si manifesterà attraverso una mente dai contorni divenuti rigidi. A questo proposito René Guénon osserva acutamente che non bisogna confondere la terapia freudiana con la 'discesa agli Inferi' iniziatica, sperimentata dai grandi poeti e dai mistici: "Nella discesa agli inferi, l'essere esaurisce definitivamente certe possibilità inferiori per potersi elevare poi agli stati superiori; nella caduta nel pantano, le possibilità inferiori s'impadroniscono invece di lui, lo dominano e finiscono per sommergerlo completamente".

In conclusione, si ha il diritto di domandarsi se si debba disperare della psichiatria. Non lo crediamo, perché esiste una terapia salvatrice situata al polo opposto della scienza moderna.

La psicanalisi considera la condizione del malato mentale come definita dalla sua storia personale. Immaginiamo il paziente che risale il corso del tempo, alla ricerca di tutti gli incidenti che hanno potuto ferirlo, delle vergogne che ha lasciato dietro le spalle, delle debolezze, delle viltà ricacciate nell'oblio. Davanti a queste realtà svelate, che egli non può negare né disconoscere, l'infelice diviene consapevole di trovarsi nella trappola d'una situazione senza uscita e perciò senza aspettative, perché non si può rifare il proprio passato. Lo psicanalista ha ottenuto il bel risultato di costringere il suo paziente a rifiutarsi ogni perdono.

La sola terapia positivamente rinnovatrice è quella che permette al malato mentale, cancellando il carattere distruttivo di ciò che è stato, di volgersi con decisione all'avvenire; e a questo scopo obbligarlo a operare sul presente. Come? Adoperandosi a rivitalizzare l'essere che soffre, restituendogli la pace e l'equilibrio, suscitando in lui la speranza, eliminando pazientemente angosce, autopunizioni, false pieghe dell'anima; facendone un essere nuovo per il quale la vita comincia fin d'ora con possibilità intatte. Condurre il paziente ad affrontare l'esistenza, vuol dire innanzitutto attrarlo ad operare su se stesso. Scoprirà allora che il presente contiene in germe le determinazioni future, e che i problemi del momento hanno il loro giusto valore.

Nella cosiddetta terapia psicanalitica, quindi, lo psicanalista - che a sua volta è un posseduto - opera come uno stregone che evoca dallo psichismo inferiore del paziente le forze più basse e distruttive, con grave pericolo per entrambi e con la certezza di infliggergli, nel migliore dei casi, delle ferite nell'anima che solo il tempo potrà poi, parzialmente, lenire, ma non più cancellare. Ciò avviene perché, nella prospettiva freudiana, non c'è il minimo spazio per la dimensione spirituale dell'uomo (per non parlare del divino), quindi la discesa nelle tenebre dell'inconscio è, propriamente parlando, una evocazione di forze oscure dalle quali, poi, non sarà più possibile liberarsi, restando esse imprigionate nell'io cosciente senza alcuna catarsi e senza alcuna redenzione. Allo stesso modo nelle forme maldestre e superficiali dello Yoga, - allorché esso sia inteso come mera pratica salutistica o genericamente 'liberatoria', il pericolo è quello di evocare forze assai potenti che si annidano nei recessi dell'io - il magico serpente Kundalini - che solo in una superiore prospettiva iniziatica ed ascetica possono svolgere una funzione positiva, altrimenti esse svolgeranno un ruolo non dissimile da quello di una incauta evocazione demoniaca, possedendo letteralmente l'incauto apprendista stregone.

Benvenuto Cellini, singolare figura di artista-avventuriero nella Roma del XVI secolo, narra nella sua autobiografia come un giorno, con un prete siciliano esperto di magia, partecipò a una evocazione di forze diaboliche nel Colosseo, di notte, all'interno del cerchio magico. L'esperienza fu sconvolgente perché le presenze si rivelarono molto più numerose di quelle evocate e, a un certo punto, sembrarono sul punto di voler penetrare entro il cerchio magico e fare a pezzi gli imprudenti. Per tutta la notte assediarono il cerchio, mente il prete, battendo i denti dalla paura, alimentava il fuoco e pronunciava formule per indurre i demoni ad allontanarsi. Solo all'alba l'assedio finì; ma un assistente di Cellini giurò di aver visto ancora due demoni che continuavano a seguirli, correndo lungo i tetti delle case, quasi non rassegnandosi a versi sfuggire la preda. Ebbene, lo psicanalista si comporta in modo analogo a Benvenuto Cellini e a quel prete-mago siciliano: evoca forze di cui non sa nulla e mette a repentaglio la sua anima e quella del paziente, senza possedere alcuno strumento che gli consenta di trasformare o di elaborare quelle forze nell'unico piano di realtà ov'esse potrebbero venire dissolte: quello spirituale.

Su una cosa soltanto non possiamo concordare con Josipovici, e cioè sull'affermazione che riportare a galla il pantano dello psichismo inferiore non può che nuocere, per il fatto che non si può rifare il proprio passato. Al contrario, la forma più alta dell'Opera alchemica consiste proprio nella trasmutazione del passato al fine di restaurare l'equilibrio interiore dell'uomo e di insignorirlo di tutte le sue facoltà psichiche le quali, a causa di traumi ed errori pregresse, poco alla volta gli si sono rivoltate contro. Egli, cioè, deve trasformare le energie vibrazionali negative in positive, il che è possibile a determinate condizioni, prima delle quali innalzare l'anima dal piano di esistenza fenomenico a quello noumenico, ossia delle realtà in sé, sottratta alle contingenze spazio-temporali in cui, per l'ordinario, siamo immersi come rane nello stagno. È questo che intende J. H. Reyner nel Diario di un moderno alchimista (Torino, MEB, 1976, pp. 113-114 e 117-118).

Se io faccio un viaggio fino ad una località vicina, molti oggetti compaiono ai miei occhi e scompaiono man mano che procedo; il luogo e gli edifici della mia destinazione nasceranno miracolosamente al nulla e, alla partenza, spariranno. Eppure io non credo che essi siano stati creati al momento el mio viaggio e che cessino di esistere quando me ne vado.

La stessa cosa accade per gli oggetti e gli eventi del mondo fenomenico, che vengono materializzati dal transito della coscienza. Non sono che l'apparenza in termini di tempo di cause non manifeste del mondo noumenico, che esistono sia prima sia dopo il passaggio ella coscienza specifica che le ha messe in atto.

In particolare, tutti gli eventi e le esperienze della mia vita sono manifestazioni di un complesso di possibilità che esiste in permanenza nel mondo noumenico. Questo complesso forma il mio tempo-corpo e mi appartiene da sempre e per sempre, anche se le esperienze fisiche che ne derivano vengono archiviate nel 'passato'. […]

Possiamo ora introdurre l'aspetto più significativo e affascinante del tempo-corpo, e cioè che esso può essere modificato. Se vado a fare una passeggiata in campagna posso prendere diverse strade: posso tenermi sulla via principale, come posso vedere una zona più interessante su un lato, magari in salita, e quando trovo il passaggio adatto posso esplorarla. Può darsi che io scopra così un sentiero fra i prati del quale non conoscevo l'esistenza e decida di seguire questa via fin da principio, la prossima volta. Esistono innumerevoli possibilità (anche se non illimitate). La stessa libertà di movimento esiste nel mondo noumenico, dove ci sono colline e valli, altipiani e paludi dove il transito della coscienza può prendere vie diverse. Non solo, ma la strada può cambiare in qualsiasi momento, per evitare le zone più fangose e prendere un sentiero più pulito. Stiamo parlando per analogia, necessariamente, ma per inferenza si può comprendere che in qualunque punto del tempo-corpo un livello di coscienza diverso attuerà possibilità diverse entro il disegno eterno, per cui il tempo-corpo ne risulterà cambiato.

Il nostro pensiero normale darà di questo concetto un'interpretazione limitata al futuro, perché ci è facile comprendere come un comportamento più cosciente possa cambiare il corso ella vita. Il concetto di tempo-corpo ha invece un significato molto più profondo perché, come abbiamo appena detto, si presta ad essere modificato in qualunque suo punto e tale modifica può riguardare quelle esperienze che sono state attuate in 'passato'. Abbiamo visto che i livelli superiori di coscienza (che possediamo ma normalmente non usiamo) godono di una certa libertà di movimento entro il mondo reale e perciò possono riattivare una qualsiasi parte del tempo-corpo.

Di questa idea esistono varie interpretazioni. La teoria della ricorrenza (…) sostiene che si può rivivere l'intera vita, ma in questo modo bisogna attendere la morte per ricominciarla da principio, mentre invece è possibile tentare l'impresa fin d'ora. Come ho detto, i livelli superiori di coscienza hanno una certa libertà di movimento entro il mondo reale, e ad ogni evento prende parte più di una coscienza. Un 'avvenimento' viene creato al transito ella coscienza cosmica (che crea il tempo d'orologio), ma le manifestazioni psicologiche che lo accompagnano sono create dal transito della coscienza individuale che rende attuali e concrete alcune possibilità accessorie esisyenti nel mondo noumenico. Il tempo-corpo contiene perciò almeno due fili intrecciati.

Il filo individuale può attraversare livelli diversi ed in effetti il suo percorso è tortuoso perché anche in condizioni normali il livello ella coscienza non è costante ma varia continuamente. Nella stessa persona i momenti di ansia o di emozioni negative si alternano a momenti più distaccati o addirittura di auto-consapevolezza.

In stato di maggiore consapevolezza, il tempo-corpo può essere visto nel suo insieme e si può cominciare ad eliminare alcune delle deviazioni del 'passato' e addirittura tracciare un cammino di livello superiore. Ciò è possibile perchè le possibilità materializzate in precedenza non sono stabilite irrevocabilmente, ma possono essere modificate.

Con buona pace di san Tommaso d'Aquino, il quale pensava che neanche Dio - in tutta la sua onnipotenza - potrebbe far sì che le cose accadute non siano accadute (Summa Theologiae, Parte I, Quest. XXV, art. 4), è dunque impresa difficilissima, ma non assolutamente impossibile, modificare il proprio passato. Ma chi possieda la forza e gli strumenti per realizzare un'opera così straordinaria, quasi agli estremi confini delle possibilità umane, certamente non andrà a distendersi sul lettino di uno stregone-psicanalista. Non lui, quindi, subirà qualche danno dalle incaute evocazioni della pseudo-scienza freudiana, ma la persona comune che si rivolge al terapeuta credendo di ricevere un aiuto alle proprie sofferenze, aprendogli le oscurità più tenebrose della propria anima. A tutti costoro bisognerebbe rivolgersi con le parole di Minosse a Dante (Inferno,V, 19-20):

guarda com'entri e di cui tu ti fide;

non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!

Parole che potrebbero applicarsi, in verità, non solo alla psicanalisi, ma a tutto l'edificio imponente e malsicuro della moderna pseudo-scienza che, dal tardo XVI secolo ad oggi - principalmente ad opera di Francesco Bacone, Galilei, Cartesio e Newton - si è arrogantemente posta fra noi e la verità del cosmo vivente in cui abitiamo, fra la nostra anima e l'anima mundi di cui siamo parte più o meno consapevole.


Meditate attentamente gente...



B O J S